1. Alla fine del
XIX secolo la borghesia occidentale aveva ormai definitivamente
perduto i suoi gesti.
Nel 1886 Gilles de la Tourette, ancien
interne des Hospitaux de Paris et de la Salpetrière,
pubblicò presso
Delahaye et Lecrosnier le Études cliniques et physiologiques
sur la marche. Era la prima volta che uno dei gesti umani
più comuni
veniva analizzato con metodi strettamente scientifici. Cinquantatré anni
prima, quando la buona coscienza della borghesia era ancora
intatta, il programma di una patologia generale della vita
sociale annunciato
da Balzac non aveva prodotto che i cinquanta foglietti, tutto
sommato deludenti, della Théorie de la demarche.
Nulla rivela la distanza, non solo temporale, che separa i
due tentativi,
quanto la descrizione che Gilles de la Tourette fa di un passo
umano. Là dove Balzac non vedeva che l’espressione
di un carattere morale, qui è all’opera uno sguardo
che è già una profezia del cinematografo:
Mentre
la gamba sinistra funge da punto d’appoggio, il
piede destro si solleva da terra subendo un movimento di
avvolgimento che va dal tallone alla estremità delle
dita, che lasciano il suolo per ultime; tutta la gamba è ora
portata in avanti e il piede va a toccare terra col tallone.
In questo
stesso istante,
il piede sinistro, che ha terminato la sua rivoluzione e
non poggia più che sulla punta dei piedi, si stacca
a sua volta dal suolo; la gamba sinistra si porta in avanti,
passa
a fianco della gamba destra a cui tende ad avvicinarsi, la
supera e il piede sinistro va a toccare il suolo col tallone
mentre
il destro finisce la sua rivoluzione.
Solo un occhio dotato
di una visione del genere poteva mettere a punto quel metodo
delle impronte del cui perfezionamento
Gilles de la Tourette va a ragione così fiero. Un
rotolo di carta bianca da parati lungo circa setto o otto
metri e largo cinquanta
centimetri viene inchiodato al suolo e diviso a metà nel
senso della lunghezza con una linea tracciata a matita. Le
piante dei piedi del soggetto dell’esperimento vengono
cosparse a questo punto con sesquiossido di ferro in polvere
che le tinge
di un bel colore rosso ruggine. Le impronte che il paziente
lascia camminando lungo la linea direttrice permettono una
perfetta
misurazione dell’andatura secondo diversi parametri
(lunghezza del passo, scarto laterale, angolo d’inclinazione
ecc.).
Se si osservano le riproduzioni delle impronte pubblicate
da Gilles de la Tourette, è impossibile non pensare alle
serie di istantanee che proprio in quegli anni Muybridge realizza
all’Università di Pennsylvania servendosi di una
batteria di 24 obiettivi fotografici. “L’uomo che
cammina a velocità ordinaria”, “l’uomo
che corre portando un fucile”, la “donna che cammina
e raccoglie una brocca”, la “donna che cammina e
manda un bacio” sono i gemelli felici e visibili delle
creature sconosciute e sofferenti che hanno lasciato queste
tracce.
Un anno prima degli studi sull’andatura, era uscita
l’Étude
sur une affection nerveuse caracterisée par l’incoordination
motrice accompagnée d’echolalie et de coprolalie,
che doveva fissare il quadro clinico di quella che fu poi
chiamata sindrome di Gilles de la Tourette. Qui la stessa
messa a distanza
del gesto più quotidiano che aveva permesso il metodo
delle impronte si applica alla descrizione di un’impressionante
proliferazione di tic, scatti spasmodici e manierismi che
non si può definire altrimenti che come una catastrofe
generalizzata della sfera della gestualità. Il paziente
non è in
grado né di iniziare né di portare a termine
i gesti più semplici; se riesce a iniziare un movimento,
esso è interrotto e scompaginato da scosse prive di
coordinazione e da fremiti in cui sembra che la muscolatura
danzi (chorea)
in modo del tutto indipendente da un fine motorio. L’equivalente
di questo disordine nella sfera dell’andatura è descritto
esemplarmente da Charcot nelle celebri Leçons
du mardi:
Eccolo che parte, col corpo inclinato in avanti,
cogli arti inferiori rigidi, nell’estensione accollati,
per così dire,
l’uno all’altro, appoggiandosi alla punta dei
piedi; questi scivolano in qualche modo sul suolo, e la progressione
avviene attraverso una specie di rapida trepidazione ...
Quando
il soggetto è così lanciato in avanti, sembra
che egli sia a ogni istante minacciato di cadere in avanti;
in ogni
caso gli è press’a poco impossibile arrestarsi
da sé. Gli è necessario il più spesso
di attaccarsi a un corpo vicino. Si direbbe un automa mosso
da una molla, e,
in questi movimenti di progressione rigidi, a scatti, come
convulsivi, non vi è nulla che ricordi la scioltezza
dell’andatura
... Finalmente, dopo vari tentativi, eccolo partito e, conformemente
al meccanismo testé indicato, egli scivola sul suolo
piuttosto che camminare, colle gambe rigide, o, per lo meno,
che si flettono
appena, mentre i passi sono in qualche modo sostituiti da
altrettanto brusche trepidazioni.
La cosa più straordinaria è che
questi disordini, dopo essere stati osservati in migliaia
di casi a partire dal
1885, cessano praticamente di essere registrati nei primi
anni del XX secolo, fino al giorno in cui, nell’inverno
del 1971, camminando per le strade di New York, Oliver Sacks
credette
di notare tre casi di tourettismo nell’arco di pochi
minuti. Una delle ipotesi che si possono fare per spiegare
questa scomparsa è che
atassia, tic e distonie fossero nel frattempo diventati la
norma e che, a partire da un certo momento, tutti avevano
perduto il
controllo dei loro gesti e camminavano e gesticolavano freneticamente.
In ogni caso è questa l’impressione che si ha
guardando i film che Marey e Lumière cominciano a
girare proprio in quegli anni.
2. Nel cinema, una società che
ha perduto i suoi gesti cerca di riappropriarsi di ciò che
ha perduto e, insieme, ne registra la perdita.
Un’epoca
che ha perduto i suoi gesti è, per ciò stesso,
ossessionata da essi; per uomini, cui ogni naturalezza è stata
sottratta, ogni gesto diventa un destino. E quanto più i
gesti perdevano la loro disinvoltura sotto l’azione
di potenze invisibili, tanto più la vita diventava
indecifrabile. E’ in questa fase che la borghesia,
che pochi decenni prima era ancora saldamente in possesso
dei suoi simboli, cade vittima
dell’interiorità e si consegna alla psicologia.
Nietzsche è il punto in cui, nella cultura europea, questa
tensione polare da una parte verso lo scancellamento e la perdita
del gesto e, dall’altra, verso la sua trasfigurazione in
un fato raggiunge il suo culmine. Poiché solo come un
gesto in cui potenza e atto, naturalezza e maniera, contingenza
e necessità diventano indiscernibili (in ultima analisi,
quindi, unicamente come teatro) è intelligibile il pensiero
dell’eterno ritorno. Così parlò Zarathustra è il
balletto di un’umanità che ha perduto i suoi gesti.
E quando l’epoca se ne accorse (troppo tardi!) cominciò il
precipitoso tentativo di recuperare in extremis i gesti perduti.
La danza di Isadora e di Diaghilev, il romanzo di Proust, la
grande poesia dello Jugendstil da Pascoli a Rilke e, infine,
nel modo più esemplare, il cinema muto, tracciano il cerchio
magico in cui l’umanità cercò per l’ultima
volta di evocare ciò che le stava sfuggendo di mano
per sempre.
Negli stessi anni, Aby Warburg avvia quelle indagini che
solo la miopia di una storia dell’arte psicologizzante ha potuto
definire come “scienza dell’immagine”, mentre
avevano in verità al loro centro il gesto come cristallo
di memoria storica, il suo irrigidirsi in un destino e lo strenuo
tentativo degli artisti e dei filosofi (per Warburg al limite
della follia) per affrancarlo da esso attraverso una polarizzazione
dinamica. Poiché queste ricerche si attuavano nel medio
delle immagini, si è creduto che l’immagine fosse
anche il loro soggetto. Warburg ha, invece, trasformato l’immagine
(che ancora per Jung fornirà il modello della sfera metastorica
degli archetipi) in un elemento decisamente storico e dinamico.
In questo senso, l’atlante Mnemosyne, che egli ha lasciato
incompiuto, con le sue circa mille fotografie, non è un
immobile repertorio di immagini, ma una rappresentazione in movimento
virtuale dei gesti dell’umanità occidentale, dalla
Grecia classica al fascismo (cioè qualcosa che è più vicino
a De Jorio che a Panofsky); all’interno di ogni sezione,
le singole immagini vanno considerate piuttosto come fotogrammi
di un film che come realtà autonome (almeno nello stesso
senso in cui Benjamin ebbe una volta a paragonare l’immagine
dialettica a quei quadernetti, precursori del cinematografo,
che, sfogliati rapidamente, producono l’impressione del
movimento).
....
Che cos’è il gesto? Un’osservazione di
Varrone contiene un’indicazione preziosa. Egli iscrive
il gesto nella sfera dell’azione, ma lo distingue nettamente
dall’agire
(agere) e dal fare (facere).
Si può infatti fare qualcosa
e non agirla, come il poeta che fa un dramma, ma non lo agisce
(agere nel senso di “recitare
una parte”): al contrario, l’attore agisce il
dramma, ma non lo fa. Analogamente il dramma è fatto
(fit) dal poeta, ma non è agito (agitur); dall’attore è agito,
ma non fatto. Invece, l’imperator (il magistrato investito
del potere supremo), rispetto al quale si usa l’espressione
res gerere (compiere qualcosa, nel senso di prenderlo su
di sé,
assumerne l’intera responsabilità), in questo
né fa,
né agisce, ma gerit, cioé sopporta (sustinet)
- De lingua latina VI VII 77
Ciò che caratterizza il
gesto è che, in esso, non
si produce né si agisce, ma si assume e sopporta.
Il gesto apre, cioè, la sfera dell’ethos come
sfera più propria
dell’umano. Ma in che modo un’azione è assunta
e sopportata? In che modo una res diventa res gesta, un semplice
fatto un evento? La distinzione varroniana tra facere e agere
deriva, in ultima analisi, da Aristotele. Il un celebre passo
dell’Etica Nicomachea, egli li oppone in questo modo: “Il
genere dell’agire (della praxis) è diverso da
quello del fare (della poiesis). Il fine del fare è,
infatti, altro dal fare stesso; il fine della prassi non
potrebbe, invece,
essere altro: agire bene è, infatti, in se stesso
il fine” (VI
1140b).
Nuova è, invece, l’identificazione, accanto
a questi, di un terzo genere dell’azione: se il fare è un
mezzo in vista di un fine e la prassi un fine senza mezzi,
il gesto spezza la falsa alternativa fra fini e mezzi che
paralizza
la morale e presenta dei mezzi che, come tali, si sottraggono
all’ambito della medialità, senza diventare,
per questo, dei fini.
Per la comprensione del gesto, nulla è, perciò,
più fuorviante che rappresentarsi una sfera dei mezzi
rivolti a uno scopo (per esempio, la marcia, come mezzo per spostare
il corpo dal punto A al punto B) e poi, distinta da questa e
ad essa superiore, una sfera del gesto come movimento che ha
in se stesso il suo fine (per esempio, la danza come dimensione
estetica). Una finalità senza mezzi è altrettanto
estraniante di una medialità che ha senso solo rispetto
a un fine. Se la danza è gesto, è perché essa
non è invece altro che la sopportazione e l’esibizione
del carattere mediale dei movimenti corporei. Il gesto è l’esibizione
di una medialità, il render visibile un mezzo come tale.
Esso fa apparire l’essere-in-un-medio dell’uomo
e, in questo modo, apre per lui la dimensione etica.
...
Il gesto è, in questo senso, comunicazione di una
comunicabilità.
Esso non ha propriamente nulla da dire, perché ciò che
mostra è l’essere-nel-linguaggio dell’uomo
come pura medialità. Ma, poiché l’essere-nel-linguaggio
non è qualcosa che possa essere detto in proposizioni,
il gesto è, nella sua essenza, sempre gesto di non
raccapezzarsi nel linguaggio, è sempre gag nel significato
proprio del termine, che indica innanzitutto qualcosa che
si mette in bocca
per impedire la parola, e poi l’improvvisazione dell’attore
per sopperire a un vuoto di memoria o una impossibilità di
parlare. Di qui non solo la prossimità fra gesto e
filosofia, ma anche tra filosofia e cinema. Il “mutismo” essenziale
del cinema (che non ha nulla a che fare con la presenza o
con l’assenza di una colonna sonora) è, come
il mutismo della filosofia, esposizione dell’essere-nel-linguaggio
dell’uomo: gestualità pura. La definizione wittgensteiniana
del mistico, come mostrarsi di ciò che non può essere
detto, è alla lettera una definizione del gag. E ogni
grande testo filosofico è il gag che esibisce il linguaggio
stesso, lo stesso essere-nel-linguaggio come un gigantesco
vuoto di memoria, come un inguaribile difetto di parola.
5.
La politica è la sfera dei puri mezzi, cioè dell’assoluta
e integrale gestualità degli uomini.
Giorgio Agamben
published in Trafic, n.1 1992
from “Mezzi senza fine” - Bollati Boringhieri,
1996
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